Tragici strascichi del 2017

Una notte di Capodanno tranquilla: giornata passata assieme ai fornelli, esperimenti culinari vegani ottimamente riusciti, un’amica a cena, il brindisi e a letto presto dato che la sveglia per me suonava alle 7.

Una giornata passata mollemente, al lavoro, tra i miei soliti compiti.

Poi a casa, di nuovo insieme a Sara e, di colpo, il fulmine a ciel sereno…Alessia è scomparsa…tutto si è accelerato: il rincorrersi di messaggi tra amici, la ricerca di aggiornamenti, scoprire a grandi linee quanto è accaduto la notte di Capodanno, giusto prima che iniziasse il 2018 e non riuscire a capacitarsene.

Le ore che passano, le speranze che si fanno flebili, il cuore, che in fondo in fondo non riesce ad arrendersi all’evidenza, le ricerche che continuano senza esito. Un altro giorno che si chiude con Sara che si sente male (i due zii morti tragicamente in un paio di mesi e ora questo…troppo, tutto assieme). Io che non riesco a dormire, inferocita contro i morbosi avvoltoi che dopo che la notizia ha fatto il giro delle testate locali e nazionali si lanciano in congetture senza sapere, senza conoscere, riempiendo il suo profilo Facebook disgraziatamente aperto di commenti idioti, vili, beceri, sgrammaticati, fintamente vicini, dandomi una profonda e rabbiosa nausea.

Il 3, il compleanno di Sara, 33 anni.

Io di nuovo in ufficio e poco prima dell’una la notizia: forse un corpo è stato rinvenuto nelle acque fredde lungo la Riviera ligure. E poi la conferma: sei tu, Alessia.

Il desiderio di essere a casa con mia moglie, di tenerla fra le braccia e invece dover attendere le 5…accompagnarla poi a far stampare una foto di quella “molto più di una sorella” che tempo prima l’aveva allontanata e che aveva deciso di togliersi la vita, e vederla poi combattere contro il dolore che questo le stava causando.

La necessità di ricordarle che, in ogni caso era il suo compleanno. Attenermi ai piani, farmi bella per lei, truccarmi persino e portarla in un ristorante decisamente al di sopra delle nostre possibilità, per cui avevo risparmiato.

Vederla mangiare di gusto e sorridere di cuore: il regalo ha finito per farlo lei a me.

Che il desiderio che hai espresso, proprio ieri per il tuo compleanno, diventi realtà, amore mio. Questo ti auguro, per il nostro già così faticoso 2018.

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Addio Chester

 

Non è la sua ultima intervista.
ma parla di un demone che avevamo in comune.

Ho pianto e sofferto molto da quando ho letto la notizia. Un colpo al cuore forte, squassante.
La sua musica, la sua voce mi hanno scrollato e accompagnato nei momenti più bui della mia esistenza, e in un certo senso lui ha contribuito a salvarmi e ancora oggi continua a farlo.

Ascolto le sue parole di questa intervista e le sento mie. Dette con la lucidità dei momenti buoni, quando non c’è troppo spazio per la mente.

La depressione E’ una malattia. Ed è infingarda.
La depressione rimane silente, ti guarda mentre ti schianti, si nasconde mentre tenti a passi incerti di risollevarti, per poi erompere e schiacciarti al suolo con ancora più potenza.
Io credo non si guarisca mai davvero dalla depressione.

Puoi far tacere il rumore e il caos interiore, anestetizzarti chimicamente.

O puoi continuare la lotta, usare quegli escamotage che i professionisti giusti ti hanno insegnato, e aggrapparti al bello che riesci a racimolare attorno.
Ma il mostro nero rimarrà per sempre in agguato, pronto a riemergere quando la stanchezza di questa lotta senza fine si farà sentire.

Mi hai aiutato, Chester. Hai fatto crescere in me rabbia e voglia di rivincita con la tua musica.
E io non ho potuto e non potrò mai restituirti il favore.

L’impatto sulle vite altrui va al di là della singola esistenza. Le grandi menti, i grandi artisti è così che guadagnano l’eternità, anche quando la malattia li strappa via da questa Terra.

#ripChester
Ti ricorderò con dell’inchiostro sotto pelle. E rimarrai con me finchè mi sarà dato esistere.

Chester