Vacanze. Vacanze finite.

Io e te nell'Oceano

Tre settimane lontane dall’ufficio, due in viaggio con te.

Un altro luogo prima sconosciuto in cui condividere nuove esperienze.

Relax, l’Oceano, gli ultimi giorni già desiderando avere di nuovo Ebony in grembo…

Il tempo che scorre veloce, e noi di nuovo tra queste mura.

La nostra quotidianità è stata immediatamente rotta dall’arrivo di suocera e nipote acquisito in visita; faccio ancora più fatica a riprendere i ritmi che normalmente mi permettono di sopravvivere ai miei orari di lavoro; i giorni si rincorrono stanchi nell’attesa del prossimo fine settimana…

Con un occhio guardiamo però già a dicembre, quando pesteremo di nuovo il suolo italiano per qualche giorno.

Siamo emigrate. Siamo nomadi sedentarie. E anche quando, come in questi giorni, la stanchezza ci fiacca, sappiamo che alla fine della giornata un bacio finirà sempre per salvarci.

Sabbia nera e luce

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Ferie!

Tanto attese, tanto sudate e ora qui! È solo il mio secondo giorno di ferie e ho 3 intere settimane davanti in cui godrò ogni istante, in cui sballerò molto probabilmente i miei soliti ritmi e passerò più tempo possibile con Sara.

Giovedì notte partiremo alla volta di Tenerife: è la nostra prima volta su quell’isola e siamo eccitatissime all’idea di esplorarla tutta!
Come sempre due settimane senza Ebony saranno dure, ma è in buone mani e al nostro ritorno l’aspetta un supplemento extra di coccole.

Per finire, al nostro ritorno mancherà una sola settimana all’appuntamento con la dottoressa, sperando le notizie continuino ad essere buone come lo sono state fino ad ora.

Step 3,5

9.28: incontro Sara all’ingresso dell’ospedale, io arrivo dal lavoro, lei da casa.

Sala d’aspetto, di nuovo il nostro numero, di nuovo mal di pancia prima, durante e dopo.

La dottoressa mi chiede se ho il ciclo, le dico che no, che il primo giorno era stato il giorno dell’ultima visita. Sembra che tutto vada bene, ma non è di molte parole, sembra quasi si sia dimenticata la ragione per cui mi ha fissato quella visita (la tuba destra ostruita).

Mi chiede se ho già preso appuntamento per vedere i risultati degli esami del sangue di Sara, io le dico che no, non ancora, che li ha fatti venerdì.

Bene, tenetevi forte: il primo appuntamento disponibile è il 21 settembre…E dal momento che quel giorno non saremo a Barcelona…

Prossimo appuntamento: 28 settembre, ore 11.

Le attese sono logoranti, ma non possiamo farci nulla: nel frattempo spero che il nuovo lavoro di Sara allo studio inizi a girare, che tutto inizi ad acquisire solidità.

Io da oggi ho cambiato orario: iniziando prima finirò alle 4.30 e alle 3.30 al venerdì. Inizierò ad occuparmi io della cena, riprenderò a cucinare.

Sono già sul bus verso il lavoro, con la solita inquietudine appiccicata addosso.

Fine settembre…altri mesi di attesa, solo per vedere dei risultati di esami del sangue…E poi ci saranno nuove attese ancora e ancora…Sembra tutto studiato per fiaccare gli impazienti, come me. Ma no, non ce la faranno.

Sogni di gloria di una pantofolaia

Volevamo andare a Torino, andare a ballare in Piazza, fare l’alba…
Poi ci siamo ricordate dei troppi km da fare, delle strade ghiacciate, del fffreddo glaciale e del fatto che siamo due nonne.

Quindi andremo mangiare al ristorante giapponese del paesello con un paio di amici, e dove la mia scelta alimentare sarà limitatissima (da quando cerco di seguire una dieta il più possibile vegana, andare fuori a cena è spesso complicato) e a seguire vino a fiumi.

Propositi per il 2017, in ordine sparso?

– Tornare a scrivere con una certa costanza

– Continuare a tenermi in forma in casa come ho fatto negli ultimi due mesi, senza farmi prendere dalla pigrizia (e dalla ciccia accumulata in questi ultimi giorni di nullafacenza e cibo non stop). E nello stesso tempo tentare di mantenere un rapporto di civiltà, quantomeno, con il cibo

– Continuare a vivere con la gioia che fino ad ora non ci ha mai abbandonato il rapporto con Sara: rinnovarlo e riuscire a dedicarci più tempo di qualità, e non quello sfinito a margine di lunghe giornate di lavoro

– Mostrare le mie potenzialità con la determinazione che mai mi abbandona

– Continuare a costruire i miei/nostri sogni, un piccolo mattone alla volta – su questo punto mi soffermeró più a lungo nei mesi a venire

– Spronare Sara e darle il mio appoggio costante nel suo percorso professionale: è una strada lunga e accidentata, e ha bisogno di una alleata più che mai e non di un altro giudice severo, come invece troppo spesso sono

– Mantenere ottimi i rapporti con la mia famiglia e non smettere mai di dar loro spunti di riflessione. Ma anche piantarla di pretendere comprensione, ed invece darne di più. Godermi il loro amore, e far loro sentire il mio

– Esserci per le poche persone a cui tengo davvero

– Mantenere stretta la positività e il sorriso, anche quando è uno sforzo e un lavoro farlo

– Cercare di dare una scossa alla nostra vita sociale, nonostante siano più spesso le nostre limitate risorse economiche ad avere un ruolo in questo

– Continuare ad amare la mia vita.

Wow. Decisamente tanta roba. Occhio sull’obiettivo: si comincia…

Quando avere un figlio non ti rende padre.

Quando fai una figlia, le intesti attività e la carichi di debiti, nascondendogli per un decennio e rendendoli ormai totalmente insolvibili, rovinando quindi oltre alla sua vita, anche quella della famiglia che si sta creando.
Quando non ti fai sentire se non per necessità e non ti interessi minimamente di come stia.
Quando ti fai fottere da ogni sconosciuto che trovi sul cammino, a cui regali anche le mutande, ma con tua figlia sai solo piangere miseria; quando aiuti o dai considerazione solo a chi fino a ieri ti chiamava “morto di fame” (la famiglia della tua nuova compagna), e a chi ti ha sempre dimostrato quanto ti amasse, nonostante le merdate di cui sei stato capace non dai alcun valore…
NON PUOI CHIAMARTI PADRE.

Oggi le accarezzavo la testa appoggiata sul mio petto mentre piangeva singhiozzando.

Sarei capace di qualsiasi cosa contro chi le fa sentire il male che percepivo esploderle dal petto. Sarò capace di qualsiasi cosa. E invito a non sfidarmi.

Io e te contro il mondo, piccola mia. Io e te fino al nostro ultimo respiro.

Due di due

Qualche tempo fa, su Whatsapp, mio fratello in poche parole mi rende nota la novità: il primo luglio del prossimo anno si unisce civilmente con il suo compagno di una vita.
Euforica gli dico quanto sia felice per lui.

Mi informa anche del fatto che ha litigato con nostra madre perchè gli ha detto che loro non saranno presenti. Mi dice che sarebbe stata un’ottima occasione per festeggiare, anche me e Sara, per stare insieme ed essere felici, di nuovo tutti assieme, in famiglia. E l’occasione era già sfumata prima di riuscire a sfiorarla.

La conversazione è andata avanti per un po’. Poi mi sono trovata da sola con i miei pensieri.
E ho pianto.

2014. Con il dovuto anticipo informo mio fratello che sto per sposarmi con Sara e che vorrei dirlo ai miei genitori, ma che i rapporti sono molto tesi e che vorrei un consiglio su come agire.
Mi dice di non essere d’accordo con la mia scelta, mi consiglia di non parlarne con i miei, che non è il momento.
10 febbraio 2014: la mia migliora amica mi è accanto e nessun’altro. Sara è circondata da parte della sua famiglia, che, nonostante le difficoltà economiche, non mancherebbe mai.

2015. Siamo obbligate a ricelebrare in Spagna il nostro legame, su consiglio dell’ufficio del registro di Barcellona.
Informo per tempo mio fratello e informo mia madre. Mio fratello mi dice che gli dispiace, ma che lavora e non potrà esserci. Mia madre mi augura di passare una bella giornata, ma la possibilità che siano presenti non viene da loro neanche contemplata, nè menzionata.
Il 3 luglio 2015 nostri cari amici prendono aerei per essere presenti. Nessun membro della mia famiglia pervenuto.

Asciugo le lacrime. Penso che cercherò di fare la mia parte nel mediare con i miei per mio fratello che, specie quando è arrabbiato, manca totalmente di diplomazia nell’uso delle parole; tenterò di evitare una nuova frattura che in realtà sento già nell’aria.

Gli dico che ho già chiesto le ferie per il prossimo anno, ho informato che c’è il matrimonio di mio fratello e che non posso mancare per nulla al mondo. Lui mi fa vedere le foto della location della festa, mi racconta i dettagli. Io sono felice, possono permetterselo: che abbiano il meglio.

Le nostre fedi si sono rotte due mesi dopo la prima cerimonia. Le avevamo prese da Argos, a Londra, dopo aver cercato in qualche Pawnbroker senza successo.
Quelle che portiamo ora le abbiamo pagate 12 euro l’una, ma sono solo un simbolo, si sa.
Le nostre due giornate, a Londra prima e a Sant Feliu de Guitxols poi sono state magnifiche, non convenzionali e allegre. Ma io, come un’idiota, lo sognavo il vestito bianco…sognavo i miei con il fazzolettino pronto a raccogliere le lacrime di commozione, sognavo di poter organizzare una festa per tutte le persone a cui voglio bene, sognavo qualche bel regalo e un viaggio di nozze.
Ma niente di tutto ciò è mai arrivato.
Nessuno della mia famiglia c’è stato nei miei due giorni più belli. Neanche mio fratello.

Pochi giorni fa ho parlato con mia madre. Mi dice che in realtà a mio fratello ha detto che lei ci sarà, solo mio padre “non se la sente”. Cerco di tenere a bada la fitta che sento al cuore. Lui lo sapeva fin dall’inizio, era più di quello che io avessi mai potuto sperare, perchè non esserne almeno un po’ felice?
Parlo con mio fratello, cerco di convincerlo del fatto che non è giusto prendersela con mia madre, che lei non c’entra nulla, gli chiedo di calmarsi, e solo dopo di provare a parlare con nostro padre.

Spingo in fondo allo stomaco i sentimenti contrastanti che mi assalgono e cerco di essere lucida, di esserci per entrambi.

Poi le comunicazioni si chiudono di nuovo, e i pensieri tornano ad assalirmi…Sarà una festa per tutti, dice mio fratello. Sarebbe bello, farò credere che io possa viverla così, ma no: sarà, come è giusto che sia, la festa di Claudio e Simone, a cui parteciperà nostra madre e tutti loro amici. Non la nostra. Le nostre sono già passate, nessuno di loro se ne è curato e non torneranno mai più.

Due di due, come titolava quel libro di De Carlo. E il dolore che mi squarcia il petto è identico adesso come allora. E non se ne andrà mai.

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