Poche ore alla fine del weekend

Susurro

Un week-end tra amiche ritrovate che adoro e spesso mi mancano, scoprendo posti sconosciuti -spazi espositivi, musica dal vivo, un bar vegano (il Quinoa, consigliatissimo!) nel mio quartiere preferito…- e ancora qualche momento solo io e il mio amore, accoccolate sul divano.

Una sensazione strana mi preme il petto, un senso d’ansia rischia di rovinare tutta la gioia provata. Forse è solo il pensiero che il fine settimana è già praticamente finito e un’altra settimana di lavoro mi aspetta…chissà.

Cerco di controllare il respiro e guardo Sara.

Tutto si sistemerá.

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Depressione

Se senti il mondo crollarti addosso,

Se senti quel peso dentro spingerti sempre più giù,

Se credi che nessuno potrà capirlo e nessuno vorrà ascoltare…

Sappi che io ci sono: scrivimi. Non ho facili soluzioni, ma orecchie e occhi da dedicarti. Sono passata dove ti trovi ora, e vivo attraverso questa lotta senza fine.

Se leggi qui, sappi che ci sono.

Riflessioni in penombra

Darkness

Da sola, qui, al buio. Non mi va di aprire la persiana e con la sola illuminazione del computer ho l’impressione di riuscire a ragionare meglio.

Penso agli ultimi giorni in cui, per qualche ragione che al solito faccio fatica a delineare completamente, il mostro dentro di me ha bussato ripetutamente alle porte del mio sentire.

Lo stress sul lavoro è cresciuto esponenzialmente in pochissimo tempo, la sensazione di essere in trappola, di trovarmi sempre più distante, di nuovo, dai miei sogni è tornata palpabile (lo fa, periodicamente, a ondate implacabili e solo in alcune occasioni riesco ad ignorarla).

I mesi e gli anni passano, io invecchio, non mi vedo come vorrei, non mi trovo dove realmente desidererei essere. Ho smesso di scaricare il peso dei miei pensieri sul cibo, o, per lo meno, ho molto più controllo sulla gestione del problema, ma non ho altre reali valvole di sfogo che non mi danneggino: non posso andare in palestra, non posso pagarmi il corso di lingue che desidero, non posso più fare quello che, fossi sola, avrei senz’altro già fatto da lungo tempo (mollare il mio lavoro attuale e buttarmi nuovamente nel mal pagato campo veterinario). Ho una famiglia, ho delle responsabilità, pesanti e pressanti.

Cerco di spostare il fuoco su ciò che ho, sulle fortune (diamine sono in ferie! sto per fare un altro splendido viaggio! ho una persona che mi ama al mio fianco! una famiglia che mi vuole, a suo modo, bene!), ma il mostro è famelico e lo conosco così bene…non permette distrazioni, scivola tra le pieghe della felicità e insinua, calpesta, soverchia.

Non mi sento in pericolo, ho costruito scudi spessi, li so sollevare, ma quel piccolo magone tra un pensiero e l’altro, quella lacrima che sfugge guardando un bel cane per strada, sono tutti segnali che ho imparato a riconoscere e che mi mettono in guardia.

Sorridi, Chiara. Che un sorriso da sempre inizio a rivoluzioni.

Ferite

Ti svegli, vai al lavoro più tardi del solito: hai un training organizzato con la costa ovest degli Stati Uniti quindi dovrai trattenerti più a lungo, cosa che non capitava da svariate settimane. Saluti tua moglie, anche lei quasi pronta per andare in studio.

È metà pomeriggio, e in un solo paio di minuti tutto cambia.

D’improvviso un collega ti mostra il cellulare, iniziano le ricerche frenetiche, cominci a dare un senso alle sirene che si sentono per strada.

Prima poche informazioni poi sempre più dettagli, la conta dei feriti e poi dei morti.

La testa smette di funzionare. Inizia il training, ma non presti alcuna attenzione, troppo impegnata a seguire gli aggiornamenti minuto per minuto sulle principali testate spagnole. Un messaggio a tua madre, prima che riceva notizie dalla tv e si faccia prendere dal panico.

Elicotteri, ancora sirene. Il perimetro del centro chiuso, non entra e non esce nessuno. False notizie che fanno il giro della rete e creano ancora più confusione.

Gli abitanti di Barcellona che iniziano già a farsi avanti, cibo, beni di prima necessità, offerte di aiuto, donazioni di sangue, servono interpreti, Hotel e mezzi di trasporti aperti ad accogliere e offrire servizi a chi ha bisogno…Stuoli di Mossos e di Municipal a sorvegliare, ma anche aiutare e prendersi cura di chi è vittima diretta o indiretta degli eventi.

Arriva l’ora di uscire dall’ufficio, né tu né la tua collega ve la sentite di muovervi: i mezzi sono fermi, abiti all’interno del perimetro protetto e non sai se potrai tornare. Così cuffie e notiziari in diretta.

Senso di impotenza, groppo alla gola.

Ti tieni aggiornata con Sara, anche lei non ha ancora lasciato il lavoro.

Passa un’ora e finalmente vi decidete. Abbracci la tua collega, ti fai promettere di tenersi in contatto e inizi a camminare. Passi lontano dalla Sagrada Familia, percorso più breve: allunghi la strada per capire se e dove ti sarà possibile avvicinarti a casa. Vedi volti rigati dalle lacrime, agenti che imbracciano armi, altri elicotteri che rombano sulle teste confuse di tante e tante persone accalcate a voler capire cosa ne sarà di loro da quel momento in avanti.

Sono passate più di 4 ore dalla prima notizia e finalmente Sara è tra le tue braccia: un abbraccio lungo che racchiude i “Siamo vive”, la tensione, la preoccupazione e l’angoscia tenuta a bada fino a quel momento.

I confini della zona blindata si sono spostati, per mano, dita bianche strette perché nessuno possa dividerle, camminate fino al portone.

La sera è più silenziosa del solito. Ancora e solo quelle maledette sirene, quegli elicotteri e qualche commento per strada di turisti e chi, morbosamente curioso si è spinto al limite del consentito per respirare meglio la paura del prossimo.

“Come andrò al lavoro domani?” ti chiedi mentre su Internet continuano a scorrere i notiziari.

Poi arriva il mattino, dopo un sonno breve. Metti i piedi giù dal letto e ti è chiaro: spingi i timori in fondo allo stomaco e entri in metropolitana, è quasi deserta. Esci davanti alla Sagrada Familia. Anche lì, silenzio surreale.

Gli aggiornamenti continuano a rincorrersi, ma una cosa rimane chiara, fin dai primi minuti di quella mattina: la paura non può prevalere e non lo ha fatto.

I valori dell’accoglienza e del rispetto della diversità che fanno la grandezza di Barcellona sono irrinunciabili.

Tots som Barcelona.

“No tinc por” riecheggia per ogni strada: un grido simbolo di quella libertà che nessuno potrà mai toglierci.

Addio Chester

 

Non è la sua ultima intervista.
ma parla di un demone che avevamo in comune.

Ho pianto e sofferto molto da quando ho letto la notizia. Un colpo al cuore forte, squassante.
La sua musica, la sua voce mi hanno scrollato e accompagnato nei momenti più bui della mia esistenza, e in un certo senso lui ha contribuito a salvarmi e ancora oggi continua a farlo.

Ascolto le sue parole di questa intervista e le sento mie. Dette con la lucidità dei momenti buoni, quando non c’è troppo spazio per la mente.

La depressione E’ una malattia. Ed è infingarda.
La depressione rimane silente, ti guarda mentre ti schianti, si nasconde mentre tenti a passi incerti di risollevarti, per poi erompere e schiacciarti al suolo con ancora più potenza.
Io credo non si guarisca mai davvero dalla depressione.

Puoi far tacere il rumore e il caos interiore, anestetizzarti chimicamente.

O puoi continuare la lotta, usare quegli escamotage che i professionisti giusti ti hanno insegnato, e aggrapparti al bello che riesci a racimolare attorno.
Ma il mostro nero rimarrà per sempre in agguato, pronto a riemergere quando la stanchezza di questa lotta senza fine si farà sentire.

Mi hai aiutato, Chester. Hai fatto crescere in me rabbia e voglia di rivincita con la tua musica.
E io non ho potuto e non potrò mai restituirti il favore.

L’impatto sulle vite altrui va al di là della singola esistenza. Le grandi menti, i grandi artisti è così che guadagnano l’eternità, anche quando la malattia li strappa via da questa Terra.

#ripChester
Ti ricorderò con dell’inchiostro sotto pelle. E rimarrai con me finchè mi sarà dato esistere.

Chester

Step 1

Esami del sangue più mirati, in realtà fatti qualche giorno fa.

L’uomo che mi ha fatto il prelievo non ha usato molta cura, spostava l’ago come a dover sintonizzare un’antenna dentro la mia vena.

Oggi mi è tornato in mente, grazie al livido e al braccio ancora gonfio e dolorante.

Stringo i denti e spero sia un passo avanti e non indietro.