C’è un limite di parole?

Altri 4 mesi lontana da queste pagine.

4 mesi così intensi che riassumerli mi sembra una impresa talmente titanica che…perfettamente si addice alle 6 di mattina di questo sabato primo marzo dopo qualche ore di sonno improvvidamente iniziato alle 9 e terminato un paio di ore fa (accidenti a me…).
Prima notte italiana, nel mio letto italiano, dei miei italianissimi genitori.

Era quasi Natale, la mia compagna aveva già più volte sottilmente espresso la sua opinione sullo stile di vita londinese (“Mi fa schifooooooo!”) e io, conscia del mio contratto a termine e del passo da lei fatto per seguirmi, già avevo preparato mentalmente i bagagli per poterci riconsegnare ad una dimensione che non fosse accettabile per me ma straziante per lei.

E allora via di aggiornamenti del CV e invii massicci a quasi tutti i (pochissimi) centri di riabilitazione animale del centro-nord Italia, con i seguenti risultati:
80% ignorati
19% ignorati con garbo (più di un “che Curriculum eccezionalmente variegato! che personalità poliedrica!che dddonna! ma…son sola, ho appena aperto, non ho fondi, ho la pasta che scuoce ciaociaociao”)
1% il mio solo colloquio fissato

…per la vigilia di Natale, durante gli unici 4 giorni di ferie -da giugno e fino a fine contratto- passati con la mia famiglia (i miei genitori, mio fratello, il compagno di mio fratello) e lontana dalla mia non benvoluta famiglia (la mia Sara).
Perdo una intera giornata per raggiungere il posto e venire guardata come una aliena ciarliera e caffeinomane dalla collega della titolare (ovviamente in vacanza) che è parecchio più giovane di me (cosa che mi starebbe benissimo se non…), e non ha alcuna idea su cosa dirmi, cosa chiedermi, come effettuare una selezione.

Lascio il posto sicura di aver solo perso del tempo prezioso, di una giornata preziosa alla fine della quale non avrò peraltro la possibilità di accoccolarmi contro il petto di Sara per cercare conforto.
E invece di un abbraccio caldo appena varco la soglia di casa mi accoglie una splendida febbre a 39, con delirio incluso.
Mi pare giusto.

Passo il giorno di Natale tra commozioni per biglietti scritti con il cuore, pochi apprezzatissimi regali e tentativi di non svenire al Ristorante prenotato con largo anticipo dai miei per la prima volta nella storia della nostra famiglia in cui il Natale è sempre stato casa-cucinare allo sfinimento-mangiare allo sfinimento-dormire davanti a un film allo sfinimento e ricominciare da capo.
Carica anche della responsabilità di non fare avvertire come un fallimento questo primo inaspettato tentativo di novità dei miei tradizionalissimi genitori mi sforzo di non sembrare troppo catatonica (tentativo reso vano dall’unica foto in cui compaio…con gli occhi letteralmente a mezz’asta – a mia discolpa posso dire che credevo fossero spalancati-).

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Termino il pranzo senza collassare e mi trascino fino a casa passando il resto del mio tempo sepolta sotto strati di piumoni.
L’avventura, aeroporto-volo-metropolitana con bagagli-passeggiata con bagagli-casa londinese si può riassumere come un unico lunghissimo tentativo di trasferimento da un letto ad un altro.

Saluto Sara, mamma di Sara, nipote acquisito, coinquilini e torno sotto gli strati di piumoni fino al giorno del mio rientro al lavoro a cui arrivo, ovviamente, fresca come una rosa.

L’anno nuovo inizia con uno stipendio in meno, e tante preoccupazioni in più.
Faccio un ultimo tentativo. Replico l’invio del mio cv al centro che più mi interessava, ricevo una inaspettatissima risposta.
E a quel punto le aspettative crescono a dismisura, l’entusiasmo vola alle stelle, il nuovo biglietto A/R per l’Italia durante i miei successivi giorni off è già nella mia tasca (che piange sempre più miseria) e la mia resignation letter nella casella di posta del mio Manager -prematura sì, ma necessaria per avere anche solo una possibilità di essere presa in considerazione-.Parto carica come una molla e mi presento brillante come non mai al colloquio che va benissimo, splendidamente davvero.

…Salvo poi scoprire, visto che di ste cose è sconveniente parlare per telefono e che Skype è mezzo troppo tecnologico, che l’impegno era un part-time di 6 ore, con necessità di apertura di partita IVA e retribuito un terzo del mio stipendio inglese, ovvero circa 500 euro netti mensili (“ma nn ti preoccupare che mi attivo con i miei contatti per trovarti un altro part-time integrativo!”…per finire a lavorare quante ore al giorno esattamente per riuscire racimolare meno di 1000 euro al mese??? No grazie.)

Mi ritrovo quindi con solo più un mese e mezzo di lavoro a Londra, senza un altro lavoro ad aspettarmi in patria e senza alcuna possibilità di continuare nel mio settore.

Fiumi di lacrime. Sentirmi di nuovo in trappola, dopo tutta la fatica fatta per raggiungere il mio sogno e uscire dal mondo dei lavori di ufficio.
Mari di lacrime.

Poi il ritorno della razionalità. In Italia il mio settore è poco diffuso, sottopagato e sfruttato, più di molti altri. La mia compagna desidera tornare a vivere in una dimensione più naturale, e anche io lo voglio con tutta me stessa, e voglio anche potermi permettere di mettere le basi per i progetti familiari futuri di cui parliamo da tempo con un occhio alla mia età anagrafica che non lascia più margini troppo ampi per certi tipi di discorsi.

E così la conclusione.
Tornare dietro ad una scrivania. Anche se era ciò che mi stava lentamente uccidendo tempo addietro. Abbassare la testa almeno per un po’. Il tempo necessario per ritrovare respiro, senza mai mollare l’osso su ciò che davvero mi ha fatto sentire viva, ovvero il mondo dei miei adorati bau.

E così, con la data del nostro ritorno ormai fissata, non rimaneva che un’ultima cosa da fare.

……………………………………………….SPOSARCI!

In 2 settimane abbiamo: raccolto i documenti, prenotato la sala, ordinato la nostra vegan Rainbow Cake da Cakes’n’Treats -che se la sposa non può neanche gustarsi la torta che matrimonio è???-, gli anelli (da Argos, dello spessore della carta velina), dato comunicazione a coloro che dovevano saperlo (dalla parte della mia famiglia solo mio fratello, non d’accordo con la mia scelta, che non sarebbe stato presente e che ha FORTEMENTE disincentivato la mia idea di renderne partecipe i miei), avuto la conferma dei testimoni -i nostri rispettivi migliori amici che ci hanno messo 35 secondi netti a prenotare il biglietto aereo-, prenotato il ristorante greco (“Ragazzi, si fa alla romana perchè altrimenti dobbiamo venderci reni e cornee”) e visitato H&M per l’abbigliamento del grande giorno. Il tutto senza perdere neanche un giorno di lavoro.

Il 10 febbraio (scelto in quanto era il mio giorno off) alle 11, presso il Registration Office del Council di Newham, un celebrante di origini indiane, che ha messo a dura prova la comprensione dell’inglese di Sara alla ripetizione delle formule (“I’m sorry but, whaaaaat???”), ha celebrato la Civil Partnership tra me e la mia piccola apina, sotto gli occhi attenti della Regina che ci scrutava da un grande quadro alla nostra destra, e davanti alla mamma (arrivata a sorpresa) e il fratello del mio amore, i nostri testimoni e pochissimi amici.

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Vino buono a fiumi, Champagne e scale coi tacchi hanno messo a dura prova la mia resistenza, e la giornata è stata così meravigliosa e noi così radiosamente felici che neanche i colori della Rainbow Cake messi a cazzo hanno potuto rovinarla.

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E così arriviamo a ieri.
Nostro ultimo giorno londinese.
Sudato fino all’ultimo perchè, pur risparmiandovi le innumerevolissime e al limite dell’umano disavventure con la nostra indefinibile coinquilina, basti sapere che fino alle 9.40pm prima del volo non sapevo se avrei mai rivisto il deposit della nostra casa.

Da questa seppur breve avventura porto a casa persone incontrate straordinarie, sorrisi sinceri, lacrime di commozione, generosità, gesti di gratitudine e di rispetto e apprezzamento per la mia persona e per il mio operato (che mi hanno fatto inaspettatamente sentire almeno un po’ orgogliosa di me stessa), una moglie e una valigia in più.

Ora dovremo tornare a fare le fidanzatine adolescenti per un po’ (la tristezza della sua non accettazione nella mia casa è solo pari a quella di non poter scaldare i miei piedi contro i suoi col fare della notte), finchè la nostra destinazione finale non ci si paleserà spero miracolosamente davanti…
E’ dura.
Davanti a noi abbiamo tante altre rinunce, denti da stringere e rospi da ingoiare.
Ma ho le sue mani e lei ha le mie.
Non ci serve altro.

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2 pensieri su “C’è un limite di parole?

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