Il silenzio

Ieri ho letto un articolo in cui compariva questa frase:

“(…)il silenzio non allevia la sofferenza o i problemi sociali, ma li alimenta.”

Alla sera, uscendo ho visto e conosciuto molte persone che, venute a sapere del mio recente matrimonio, entusiaste si congratulavano con me e Sara facendoci i complimenti per il coraggio (???) e il grande passo.
Non fraintendetemi, ho gradito tutte queste attenzioni e sono davvero convinta fossero sinceramente partecipi e che molte di queste persone (non considero gli amici, loro SO cosa pensano davvero) fossero genuinamente convinte che io e Sara stando assieme non facciamo “nulla di male”. Ma sono anche francamente un po’ stanca…

Basta, basta sentirmi dire “quel che importa è l’amore”! Perchè in molti casi l’amore non è AFFATTO sufficiente.

Sì, l’amore è importante, ma io voglio potere avere Sara al mio fianco nella malattia, voglio che possa essere legalmente madre dei miei figli.
Voglio quei diritti che per tanti sono scontati e per cui io, invece, devo lottare.

Il silenzio, il dire, “Dai accontentati” anche quando empatico NON È sufficiente: vederci lottare vicini, io/noi, private di alcuni diritti fondamentali, e voi che li avete senza doverveli sudare è ciò che sogno…

 

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Le serate alternative -_-

Pensi di averle viste tutte poi…

Stai passando una serata tranquilla in casa della famiglia di tua moglie, il cane di sotto che inizia ad abbaiare, senza smettere…poi rumori strani…Sara che corre fuori e si arma di una pala.
Un camioncino, 2 uomini incappucciati che appena la vedono se la danno a gambe levate. Ma hanno già portato via qualcosa dal cortile.
E il giorno dopo scoprire che sono andati a rubare anche nella vecchia casa e che sai perfettamente chi è stato.

Denuncia e rabbia.

Certa gente fa schifo oltre ogni limite tollerabile.

La ricetta per svoltare sta giornata inutile. Olè.

E’ domenica e piove. Sara è in viaggio di ritorno dalla Germania, io guardo e riguardo tutti i siti in cui compaiono offerte di lavoro e mi struggo q.b. dopo aver realizzato che nessuno, ma proprio nessuno mi ha ancora degnato di una risposta.

Finchè ero a Londra la domenica era IL giorno: eravamo finalmente insieme, nessuna delle due lavorava e potevamo dedicarci a noi: coccole, film, relax, qualche passeggiata…

Ora che la domenica è tornata alla sua dimensione di totale inutilità, come risollevare le sorti di questa uggiosissima giornata in cui, peraltro, ho dovuto aggiungere un altro alimento alla sempre più lunga lista di quelli che mi fanno star male? (tra un po’ potrò solo più alimentarmi a muschio e licheni…)

…Ovviamente leggendo Zerocalcare!!! Che domande!!!
Mezz’oretta di lettura a testa bassa inframmezzata da grasse risate e la giornata è svoltata.
…mi vien quasi voglia di farmi una corsa sul tapis roulant…
va beh, adesso non esageriamo…

Fatevi un favore e godetevi qualche storiella:
http://www.zerocalcare.it/

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Di lettere e Famiglie Arcobaleno.

Francesca Pardi, mamma orgogliosa e fondatrice della Casa Editrice Lo Stampatello ha scritto una illuminante lettera indirizzata al Papa.
Pratica, realista e strabordante di quell’amore e orgoglio che ogni mamma dovrebbe sentire.
La riporto qui di seguito perchè oltre a sperare che arrivi a destinazione, mi auguro di riuscire a contribuire almeno un pochino alla sua diffusione.

“Caro Papa Francesco,
Le scrivo per due ragioni: la prima è che Lei è la più alta autorità della Religione Cattolica, a cui fanno riferimento molti politici insieme a milioni di cittadini italiani, la seconda è che penso che Lei sia una brava persona.
Ho 48 anni, 4 figli, sono mamma da 11 anni, innamorata da 20 della stessa persona con cui ho costruito la nostra famiglia, e omosessuale da 30. Io e Maria ci siamo sposate in Spagna l’anno scorso.
I nostri bambini, una femmina e tre maschi, sono nati con l’aiuto dell’inseminazione eterologa all’estero.
Viviamo serenamente nel nostro contesto sociale, bene inserite nella comunità e nelle scuole coi nostri figli, e vediamo in tv, sui giornali o sul web – anche in Italia, come in tutta Europa – il segno di una crescente capacità di accogliere le famiglie come la nostra in seno alla società in cui vivono.
Ma succede ancora spesso che si alzino voci da ambienti intolleranti che ci trattano con disprezzo o peggio ci insultano, insieme ai nostri figli – a volte con odio, altre col sorriso. Sono persone che quasi sempre impugnano il vessillo della Religione Cattolica e sostengono che noi non facciamo parte del disegno divino; essi si sentono fortemente legittimati dalle posizioni politiche assunte dalla Chiesa.
Siamo state paragonate alle più orrende situazioni di degrado famigliare, sono state lanciate maledizioni sui nostri figli prevedendo per loro infelicità certa, come una strega cattiva che si affaccia sulla loro culla.
Senza che mai facessimo nulla, siamo state accusate di tutto, in nome di un ordine naturale che violeremmo, ma quante defezioni a quest’ordine naturale vengono serenamente accettate ogni giorno dagli esseri umani che volano in aereo, si curano e lavorano con un computer?
Con tutta sincerità posso raccontarle quanto il nostro nucleo famigliare incarni i valori della famiglia, del sostegno reciproco, della dedizione ai figli, della fedeltà coniugale. La invito a venirci a trovare per verificare di persona.
Conosco la Religione Cattolica come una dottrina guidata da un messaggio evangelico di accoglienza e amore, così mi hanno insegnato a catechismo quand’ero piccola.
Io non credo in Dio, non per principio ma perché – come il catechismo insegna – la fede non è una scelta, o c’è o non c’è (un po’ come l’omosessualità). Ma rispetto chi ci crede, e festeggio il Natale coi miei figli perché mi piace la storia di quel bambino buono più di tutti gli altri venuto per salvare il mondo. Anche Lei pensa che sono le persone come me, mia moglie e i miei figli, frutto del nostro amore, ciò da cui il mondo va salvato?
Se non lo pensa, dica qualcosa a chi non vuole darci dignità di esistere così come siamo, a chi ci vuole fuori dal disegno di Dio.
Se davvero Dio esiste, se è la vita che ci comprende tutti, sono certa che ha un posto nel mondo anche per noi e per i nostri figli, nuove famiglie di un mondo che cambia ma deve restare un mondo buono. Meglio accettare un cambiamento e ritrovarvi i valori di un tempo, o rifiutare questo cambiamento, e in nome di quei valori – tradendoli tutti – cercare di cancellare le nostre vite, che sono strutturate, belle, reali, sane?
Venga a trovarci alla festa delle Famiglie Arcobaleno a Firenze il 4 Maggio, parli con noi, ci guardi: non ci meritiamo di essere cancellati né dalla religione né dalle leggi, siamo il frutto di questa vita, e la vita è bella, anche per noi.
PorgendoLe i miei saluti sinceri.
Francesca Pardi”

E non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.

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Il colloquio farlocco.

Vi avevo chiesto un consiglio perchè, nella mia testa permeata di positività stavo preparandomi ad ogni opzione…
Quello che è successo nella realtà non avrei mai potuto immaginarlo…

Avete mai contattato un’azienda in cui vi interessava lavorare proponendovi e inviando loro il vostro Curriculum Vitae? Sono sicura di sì.
Avete mai ricevuto una risposta dalla suddetta azienda in cui vi chiedono di presentarvi il tal giorno alla tal ora per un incontro? Mi auguro di sì.

E dopo 45 minuti di auto vi siete mai sentiti accogliere con un: “Ciao, non ti posso proprio offrire nulla, sai, la crisi…ma se vuoi venire qualche volta ugualmente…”seguito da una breve disquisizione sulle mie capacità e da lodi sperticate sulle mie esperienze passate, e finendo poi per essere ignorata per il resto del tempo tanto da obbligarmi a cercare un modo (neanche troppo discreto dato che, a quel punto, beh, chissenefrega!) per defilarmi sentendomi estremamente fuori posto? Spero di cuore di no.

SERIOUSLY??????!!!!!!??????
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Talmente allibita da quanto accaduto non ho neanche avuto la prontezza di spirito per recriminare, almeno un tantino, per pretendere quantomeno il rimborso di tutta la benzina sprecata, dato che il tempo perso nessuno me lo poteva restituire…

Ho un sopracciglio alzato da allora. Non accenna a tornare al suo posto.

Cosa fareste voi???

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Pensate di voler finalmente smettere di vagare, di voler trovare il “vostro posto” (nulla è definitivo, ma…avete capito…)

Ecco.

Se doveste scegliere tra il lavoro che avete inseguito e che vi fa sorridere da svolgere però in una località che non vi piace
e
un lavoro che non vi piace, ma in un luogo che vi potrebbe molto più facilmente riempire occhi e cuore (rinunciando ovviamente al lavoro dei vostri sogni)

cosa fareste?

La semplicità non è di questo mondo.
Mi correggo, la semplicità non è del MIO mondo.

C’è un limite di parole?

Altri 4 mesi lontana da queste pagine.

4 mesi così intensi che riassumerli mi sembra una impresa talmente titanica che…perfettamente si addice alle 6 di mattina di questo sabato primo marzo dopo qualche ore di sonno improvvidamente iniziato alle 9 e terminato un paio di ore fa (accidenti a me…).
Prima notte italiana, nel mio letto italiano, dei miei italianissimi genitori.

Era quasi Natale, la mia compagna aveva già più volte sottilmente espresso la sua opinione sullo stile di vita londinese (“Mi fa schifooooooo!”) e io, conscia del mio contratto a termine e del passo da lei fatto per seguirmi, già avevo preparato mentalmente i bagagli per poterci riconsegnare ad una dimensione che non fosse accettabile per me ma straziante per lei.

E allora via di aggiornamenti del CV e invii massicci a quasi tutti i (pochissimi) centri di riabilitazione animale del centro-nord Italia, con i seguenti risultati:
80% ignorati
19% ignorati con garbo (più di un “che Curriculum eccezionalmente variegato! che personalità poliedrica!che dddonna! ma…son sola, ho appena aperto, non ho fondi, ho la pasta che scuoce ciaociaociao”)
1% il mio solo colloquio fissato

…per la vigilia di Natale, durante gli unici 4 giorni di ferie -da giugno e fino a fine contratto- passati con la mia famiglia (i miei genitori, mio fratello, il compagno di mio fratello) e lontana dalla mia non benvoluta famiglia (la mia Sara).
Perdo una intera giornata per raggiungere il posto e venire guardata come una aliena ciarliera e caffeinomane dalla collega della titolare (ovviamente in vacanza) che è parecchio più giovane di me (cosa che mi starebbe benissimo se non…), e non ha alcuna idea su cosa dirmi, cosa chiedermi, come effettuare una selezione.

Lascio il posto sicura di aver solo perso del tempo prezioso, di una giornata preziosa alla fine della quale non avrò peraltro la possibilità di accoccolarmi contro il petto di Sara per cercare conforto.
E invece di un abbraccio caldo appena varco la soglia di casa mi accoglie una splendida febbre a 39, con delirio incluso.
Mi pare giusto.

Passo il giorno di Natale tra commozioni per biglietti scritti con il cuore, pochi apprezzatissimi regali e tentativi di non svenire al Ristorante prenotato con largo anticipo dai miei per la prima volta nella storia della nostra famiglia in cui il Natale è sempre stato casa-cucinare allo sfinimento-mangiare allo sfinimento-dormire davanti a un film allo sfinimento e ricominciare da capo.
Carica anche della responsabilità di non fare avvertire come un fallimento questo primo inaspettato tentativo di novità dei miei tradizionalissimi genitori mi sforzo di non sembrare troppo catatonica (tentativo reso vano dall’unica foto in cui compaio…con gli occhi letteralmente a mezz’asta – a mia discolpa posso dire che credevo fossero spalancati-).

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Termino il pranzo senza collassare e mi trascino fino a casa passando il resto del mio tempo sepolta sotto strati di piumoni.
L’avventura, aeroporto-volo-metropolitana con bagagli-passeggiata con bagagli-casa londinese si può riassumere come un unico lunghissimo tentativo di trasferimento da un letto ad un altro.

Saluto Sara, mamma di Sara, nipote acquisito, coinquilini e torno sotto gli strati di piumoni fino al giorno del mio rientro al lavoro a cui arrivo, ovviamente, fresca come una rosa.

L’anno nuovo inizia con uno stipendio in meno, e tante preoccupazioni in più.
Faccio un ultimo tentativo. Replico l’invio del mio cv al centro che più mi interessava, ricevo una inaspettatissima risposta.
E a quel punto le aspettative crescono a dismisura, l’entusiasmo vola alle stelle, il nuovo biglietto A/R per l’Italia durante i miei successivi giorni off è già nella mia tasca (che piange sempre più miseria) e la mia resignation letter nella casella di posta del mio Manager -prematura sì, ma necessaria per avere anche solo una possibilità di essere presa in considerazione-.Parto carica come una molla e mi presento brillante come non mai al colloquio che va benissimo, splendidamente davvero.

…Salvo poi scoprire, visto che di ste cose è sconveniente parlare per telefono e che Skype è mezzo troppo tecnologico, che l’impegno era un part-time di 6 ore, con necessità di apertura di partita IVA e retribuito un terzo del mio stipendio inglese, ovvero circa 500 euro netti mensili (“ma nn ti preoccupare che mi attivo con i miei contatti per trovarti un altro part-time integrativo!”…per finire a lavorare quante ore al giorno esattamente per riuscire racimolare meno di 1000 euro al mese??? No grazie.)

Mi ritrovo quindi con solo più un mese e mezzo di lavoro a Londra, senza un altro lavoro ad aspettarmi in patria e senza alcuna possibilità di continuare nel mio settore.

Fiumi di lacrime. Sentirmi di nuovo in trappola, dopo tutta la fatica fatta per raggiungere il mio sogno e uscire dal mondo dei lavori di ufficio.
Mari di lacrime.

Poi il ritorno della razionalità. In Italia il mio settore è poco diffuso, sottopagato e sfruttato, più di molti altri. La mia compagna desidera tornare a vivere in una dimensione più naturale, e anche io lo voglio con tutta me stessa, e voglio anche potermi permettere di mettere le basi per i progetti familiari futuri di cui parliamo da tempo con un occhio alla mia età anagrafica che non lascia più margini troppo ampi per certi tipi di discorsi.

E così la conclusione.
Tornare dietro ad una scrivania. Anche se era ciò che mi stava lentamente uccidendo tempo addietro. Abbassare la testa almeno per un po’. Il tempo necessario per ritrovare respiro, senza mai mollare l’osso su ciò che davvero mi ha fatto sentire viva, ovvero il mondo dei miei adorati bau.

E così, con la data del nostro ritorno ormai fissata, non rimaneva che un’ultima cosa da fare.

……………………………………………….SPOSARCI!

In 2 settimane abbiamo: raccolto i documenti, prenotato la sala, ordinato la nostra vegan Rainbow Cake da Cakes’n’Treats -che se la sposa non può neanche gustarsi la torta che matrimonio è???-, gli anelli (da Argos, dello spessore della carta velina), dato comunicazione a coloro che dovevano saperlo (dalla parte della mia famiglia solo mio fratello, non d’accordo con la mia scelta, che non sarebbe stato presente e che ha FORTEMENTE disincentivato la mia idea di renderne partecipe i miei), avuto la conferma dei testimoni -i nostri rispettivi migliori amici che ci hanno messo 35 secondi netti a prenotare il biglietto aereo-, prenotato il ristorante greco (“Ragazzi, si fa alla romana perchè altrimenti dobbiamo venderci reni e cornee”) e visitato H&M per l’abbigliamento del grande giorno. Il tutto senza perdere neanche un giorno di lavoro.

Il 10 febbraio (scelto in quanto era il mio giorno off) alle 11, presso il Registration Office del Council di Newham, un celebrante di origini indiane, che ha messo a dura prova la comprensione dell’inglese di Sara alla ripetizione delle formule (“I’m sorry but, whaaaaat???”), ha celebrato la Civil Partnership tra me e la mia piccola apina, sotto gli occhi attenti della Regina che ci scrutava da un grande quadro alla nostra destra, e davanti alla mamma (arrivata a sorpresa) e il fratello del mio amore, i nostri testimoni e pochissimi amici.

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Vino buono a fiumi, Champagne e scale coi tacchi hanno messo a dura prova la mia resistenza, e la giornata è stata così meravigliosa e noi così radiosamente felici che neanche i colori della Rainbow Cake messi a cazzo hanno potuto rovinarla.

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E così arriviamo a ieri.
Nostro ultimo giorno londinese.
Sudato fino all’ultimo perchè, pur risparmiandovi le innumerevolissime e al limite dell’umano disavventure con la nostra indefinibile coinquilina, basti sapere che fino alle 9.40pm prima del volo non sapevo se avrei mai rivisto il deposit della nostra casa.

Da questa seppur breve avventura porto a casa persone incontrate straordinarie, sorrisi sinceri, lacrime di commozione, generosità, gesti di gratitudine e di rispetto e apprezzamento per la mia persona e per il mio operato (che mi hanno fatto inaspettatamente sentire almeno un po’ orgogliosa di me stessa), una moglie e una valigia in più.

Ora dovremo tornare a fare le fidanzatine adolescenti per un po’ (la tristezza della sua non accettazione nella mia casa è solo pari a quella di non poter scaldare i miei piedi contro i suoi col fare della notte), finchè la nostra destinazione finale non ci si paleserà spero miracolosamente davanti…
E’ dura.
Davanti a noi abbiamo tante altre rinunce, denti da stringere e rospi da ingoiare.
Ma ho le sue mani e lei ha le mie.
Non ci serve altro.