Un passato.

Passati.

Ne ho tanti. Tanti davvero. Molti di loro li ho voluti seppellire di presente un po’ perchè il loro significato era sbiadito, un po’ per dar retta chi mi diceva “Basta rabbia, non ha più senso ormai”.

Ma oggi mi è successo di ritrovarmi immersa in uno di loro, uno di quelli ormai remoti ma che mi hanno segnato così a fondo che ho impiegato anni a ultimarne la digestione.

Io e lui.
Io, come spesso mi capita, così accecata dal sentimento da donare da finire per confonderlo con l’amore.
Lui così “tutto”, per me, da togliere il fiato.

Una storia strana la nostra.
Mai accettato davvero nella mia famiglia ha continuato a starmi vicino, scalpitando per quell’astio che non si spiegava e trovando comunque il modo di trarne vantaggi per sè.

Poi la decisione di condividere il nostro quotidiano.

La comunicazione, in casa.
E subito tragedia.

“Sei la più grande delusione della mia vita”, una delle frasi più delicate che le mie orecchie mai avrebbero voluto ascoltare e che invece hanno assorbito, stupite e ferite.

Ma io decisa, fiera della mia coerenza sono sempre andata avanti a testa alta.

E così, senza più nessun aiuto dai miei, a sgobbare fino al mattino per mettere insieme il pranzo con la cena, mentre tu già iniziavi, pensavo io, a disamorarti.

E i pasti saltati, le rinunce, le umiliazioni, i parchi di sera per poter stare con i miei pensieri, per piangere senza testimoni. E intanto i “Come va?””Bene” delle telefonate saltuarie con i miei, così “preoccupati”, ma così rigidi da non vedere il male che mi avevano fatto e continuavano a farmi.

Tutto per lui.

Poi il permesso che scade.
“Mi sposi così posso rimanere?”
Ma perdio. Ti eri sempre giocato egregiamente le tue carte nelle tue notti fuori fino a tardi, nelle tue reiterate menzogne…come così?  Poteva succedere in mille modi…ma così…

“No, così sarebbe assurdo, così non lo voglio”.

E allora arrabbiato ti prepari a tornare a casa mentre già la mia depressione era di nuovo in fase acuta, capace di trascinare nel suo gorgo tutto quanto si avvicinasse, anche te, un tempo incredibile ottimista (o anche quella era una facciata?).

E: “Posso venire con te?”
E il tuo acconsentire, prima poco convinto, poi trascinato nei preparativi un po’ più entusiasta.

Il viaggio, la traversata, sempre soli, sempre noi, mentre a casa mia una piangeva, l’altro beveva e il terzo scuoteva la testa.

E 3 mesi.
Lunghi, così lunghi che potevano essere 3 anni.

Uno dei posti più belli del mondo.
E la mia solitudine.
Pianti senza fine. Il tuo ignorarmi. Il dover dormire sul divano per sentirmi meno squallida.
E il primo attacco di asma della mia vita. E la voglia di morire.

Qualche positività: la spiaggia, la tua famiglia sconclusionata e il bene che mi ha voluto, la lingua imparata, i pochi ma incredibili viaggi in quella meravigliosa terra, l’isola magica in cui mi avevi portato, la capoeira, le nottate per le strade deserte coi pattini, il cibo squisito, le persone sorridenti, la voglia di vivere di un popolo, il pacco di Natale dai miei, che con la lontananza, avevano deciso di poter tornare ad intenerirsi…
Tante piccole schegge che non dimenticherò mai.

Ma un solo grande dolore che niente avrebbe potuto lenire, a causa tua, assente per me da troppo.

Il tempo del mio ritorno, per regolarizzarmi, per la burocrazia, in teoria per poi volare di nuovo da te.
E la nostra passeggiata, dopo cena, e il tuo “In fondo, credo di non averti mai amato”.

E io, che comunque non sarei tornata, con l’orgoglio definitivamente trafitto. Con così poco fiato in corpo da non riuscire più neanche a piangere.

E l’aeroporto. Le tue lacrime(perchè?) e le mie lacrime che ad una ad una si aggrappavano a quell’essenza del tuo io che mi aveva sconvolto la vita, ma che ormai non riuscivo più a vedere neanche in fondo ai tuoi occhi.

E la mia piccola amica pelosa al mio arrivo che mi ha fatto dimenticare ogni angoscia, per più di qualche attimo e la mia famiglia così di nuovo aperta e accogliente verso di me, solamente ora che ero sola e ferita e distrutta.

E per lungo tempo poi nella mente solo i tradimenti, le bugie, le solitudini, il tuo sfruttarmi e gettarmi…E rabbia, tanta rabbia, a volte troppa rabbia.

E poi, quando recuperavo fiducia in me stessa di nuovo tu. Sul mio posto di lavoro. Inaspettato, come sempre.
“Credo di essermi innamorato per la prima volta nella mia vita” piangendo. E io di nuovo senza parole. Per la totale mancanza di qualsivoglia sensibilità, di affetto, di cura per me.

E ancora contatti saltuari dove io risultavo sempre troppo tollerante, tu sempre troppo “Eu, eu, eu”.

E ad un certo punto, con la mia rabbia in crescendo puf! scomparso.
Niente più risposte alle mie email (certo di sollecito per i numerosi debiti e buchi che avevi lasciato dietro di te, e non di cortesia…), niente di niente.

Ho deciso, ad un certo punto, di rimuovere in blocco dai miei pensieri te e quel passato tanto doloroso, che mi ha ricondotto in quella spirale nera che poi mi ha accompagnato per molti e molti anni a venire e che ha rovinato me e molte delle persone che mi hanno affiancato nel mio percorso fino ad ora.

Non so perchè proprio oggi mi è rimontato tutto questo nella mente.

Forse questa solitudine, forse le pressioni, forse, semplicemente, una ragione non c’è.

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